Va, per te l’ho pregato, – ora la sete mi sarà lieve, meno acre la ruggine…
Eugenio Montale
Per chi ha aperto gli occhi alla pittura nello stesso momento in cui l’Informale cominciava a declinare, il caso è diventato parte necessaria del mestiere di pittore.
Ammucchiare provvisoriamente dei chiodi in una zona della tela e versarci sopra del colore, in modo che filtri con irregolarità sulla superficie così screziata, come ora fa Bottarelli, significa accettare un certo margine di casualità.
Serve anche a riproporre in termini mutati ed adeguati il nesso fra “caso” e “natura”, visto che quel rosso rugginoso, quelle irregolarità e quei tagli aperti vogliono evocare qualcosa che sappia di un mondo industriale già passato.
Ma il punto risolutivo è quello che veniva colto da Focillon quando ripensava in forma moderna il vecchio mito umanistico dell’immagine fatta dal caso, spostando l’attenzione sull’incidente, come la macchia d’inchiostro caduta dalla penna del disegnatore e presto ricondotta “entro la logica interna che organizza” il mondo delle forme.
Sicché il lavoro di Bottarelli sta nel riportare entro la costruzione del dipinto gli imprevedibili margini della fattualità pittorica, nel ricondurre il caso materico alla natura visiva della pittura.
E difatti: mentre il colore può filtrare fra gli interstizi dei chiodi o venire versato direttamente dal barattolo, altre parti del dipinto, come le giunture rettilinee, sono protette in corso d’opera con adesivi interinali.
L’esito non è però quello di contrapporre, semplicemente, organico ed inorganico.
Massimo Ferretti
